Carcere.

Sì.

Ma quale carcere.

Sono state scritte bellissime pagine.

Che hanno sistematizzato, in termini anche concettualmente alti e, però, semplicissimi [è ciò che contraddistingue i grandi maestri] il tema.

Il delitto è un male.

E un male, se lo rappresentassimo sulla carta, è cosa che rappresenteremmo con il segno –.

Ma, se così è – se è vero, cioè, che il delitto è un male –, allora la domanda è: può la pena essere, a sua volta, un male?

Se la pena fosse, a sua volta, un male, anche la pena, sulla carta, verrebbe rappresentata con il segno –.

Ma due segni – non possono dare il segno +.

Eppure, questa nostra equazione delitto-pena, il segno + deve necessariamente sortire.

Perché, in caso contrario, la pena non avrebbe nessuna funzione riequilibratrice dell’ordine giuridico violato dal delitto, rappresentando semplicemente un male che s’andrebbe ad aggiungere ad un altro male.

Se così fosse, però, sarebbe oggettivamente impossibile comprendere il senso ultimo della giustizia.

E, prima ancora, sarebbe oggettivamente impossibile comprendere quale speranza, rebus sic stantibus, dovremmo riporre in una giustizia incapace di riequilibrare l’ordine giuridico violato dal delitto.

È evidente che così non possa essere.

E che il fine ultimo della giustizia, per quanto si ragioni qui di giustizia dell’uomo e, dunque, di giustizia difettosa per definizione, non possa essere semplicemente quello d’aggiungere un male ad un male.

La pena non può essere, a sua volta, un male.

Ma deve essere qualcosa che, potendo essere rappresentato, sulla carta, con il segno +, abbia in sé la forza d’annullare il segno – del delitto, portando a 0 la somma algebrica della nostra equazione delitto-pena.

Perché solo per tale via è possibile pensare che la giustizia, per quanto umana e, dunque, ex se difettosa, possa davvero intervenire a riequilibrare l’ordine giuridico violato dal delitto.

Un qualcosa di tal fatta, però, non può essere rappresentato da questo carcere.

Perché questo carcere, oggettivamente, esiste esclusivamente per isolare.

Per rinchiudere.

Per infliggere sofferenza, recidendo i legami tra detenuti e mondo esterno.

A partire da artificiale sospensione temporale che esiste esclusivamente per scandire giornate senza tempo e senza costrutto.

Questo carcere, a ben guardare, è ex se costruito in negativo.  

E ciò che è ex se costruito in negativo, se rappresentato sulla carta, non può che restituire il segno –.

Va ripensato, questo carcere.

E, prima ancora, va ripensata questa esecuzione penale.

Perché un’esecuzione penale moderna non può che essere un’esecuzione penale compatibile con la Costituzione.

Ma un’esecuzione penale davvero compatibile con la Costituzione non può che essere un’esecuzione penale costruita in positivo.

A partire, cioè, dal segno +.

Dal rispetto della dignità delle persone.

Che possono avere sbagliato, anche gravemente.

Ma che sono e restano persone.

Dal lavoro.

Unico, vero, baricentro della ri-educazione.

E, per tale via, più in generale, da quell’effettiva risocializzazione del condannato che, transitando attraverso un’effettiva offerta rieducativa da parte dello Stato, sola può condurre lo stesso ad abbracciare/ri-abbracciare corretti percorsi valoriali prima d’essere nuovamente re-inserito nel circuito dei liberi.

La punizione deve avere un fine.

La punizione, se di Stato di diritto davvero si vuole parlare, non può essere fine a se stessa.

Perché, quando è fine a se stessa – e in Italia certamente lo è, incompatibili essendo le condizioni detentive italiane con le basilari regole proprie d’uno Stato di diritto –, la punizione diventa, a sua volta, un delitto.

Come solo delitto può essere un male che, gratuitamente, si va ad aggiungere ad un altro male con l’unico scopo, invero di corto respiro, anche politico, d’infliggere sofferenza.